Il bianco accecante dei cumuli di sale …

…lo spettacolo delle antiche pale…

…breve viaggio in mare

una passeggiata lungo il molo

una sbirciata al museo …

… sull’acqua calma che pareva di carta velina lungo lo stagnone l’isola più vicina

…percorrere a piedi l’isola…

…Mozia

densa roccia abbracciata da liquido amore

al centro di un mare sempre calmo

metà palude e metà sogno.

 

Alcuni versi del testo poetico di Salvatore Ferranti pongono in evidenza i tratti salienti dell’antico insediamento nato come emporio fenicio nell’VIII secolo a.C.. 

Mozia fu una delle più importanti basi commerciali del mondo antico. Distrutta nel 397 a.C. da Dioniso I di Siracusa e non più ricostruita, l’antica città divenne agli inizi del Novecento proprietà privata dell’archeologo inglese Joseph Withaker, grazie al quale – all’interno della sua residenza – fu allestito il museo archeologico che ospita i reperti rinvenuti durante le campagne di scavo che hanno avuto inizio nel 1906. Ad impreziosire l’esposizione museale è la statua del Giovinetto di Mozia, rinvenuta nel 1979 nei pressi del santuario di Cappiddazzu.

Percorrendo a piedi l’isola visibili sono le tracce dell’antico centro abitato. Suggestiva è la zona del Kothon, piscina sacra dell’area che ospita i resti del tempio C dedicato al dio Baal Addir e il tempio di Astarte Aglaia.

Camminando tra i vigneti originariamente impiantati per iniziativa della Fondazione Whitaker si giunge al Tofet, tipico santuario fenicio – punico a cielo aperto destinato alla deposizione dei resti dei sacrifici, presso cui è stata rinvenuta la maschera ghignante, dal caratteristico sorriso sardonico e i lineamenti del volto distorti che rendono l’idea del ruolo apotropaico.

Dirigendosi verso settentrione, in prossimità della Porta Nord, nelle vicinanze della quale ancora oggi si scorgono le tracce della strada sommersa che metteva in collegamento l’isola e la terraferma, sorge l’area sacra del Santuario di Cappiddazzu, costruito nel VII secolo a.C.  

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